LA EX CASA DEL BALILLA: TRA MATERIA ED UTOPIA

La Biblioteca Comunale “Silvio Zavatti” di Civitanova Marche è ospitata dal 1998 nella ex Casa del Balilla, edificio di notevole interesse storico sia perché può vantare come paternità la genialità di Adalberto Libera (1903-1963), massimo esponente del Movimento Italiano per l’Architettura Razionale, sia perché si colloca in uno dei periodi più prolifici e rivoluzionari della storia dell’architettura italiana ed europea.

Nel ventennio fascista, infatti, per volere di Mussolini ben il 33% della spesa nazionale viene impiegato in realizzazioni pubbliche e una buona percentuale di tale quota nelle Marche e in particolar modo nella provincia di Macerata, dove l’Opera Nazionale Balilla commissiona la costruzione di due Casa del Balilla, una a Macerata e l’altra proprio a Civitanova Marche.
A quest’ultima struttura fu destinato un lotto di terra collocato a ridosso di Viale Vittorio Veneto, lungo lo stradone mare che collegava la piazza principale della città all’ippodromo, vera direttrice viaria che avrebbe dovuto assumere un ruolo rilevante a livello urbanistico divenendo quasi un vero e proprio ‘asse trionfale’ particolarmente adatto per le parate militaresche e per ospitare gli edifici di rappresentanza, le scene di quel palco che sarebbe stato calcato dall’appariscente apparato fascista.
All’allora già affermato architetto Adalberto Libera fu affidato l’incarico del progetto concepito probabilmente già nel 1931, eseguito nel biennio 1934-1935 ed inaugurato il 10 novembre 1935 alla presenza delle autorità cittadine e dello stesso Onorevole Renato Ricci, presidente dell’O.N.B. e fedele seguace del Duce.

La struttura si inseriva così nel contesto cittadino secondo la pratica di radicale rinnovamento dell’Italia voluta da Mussolini, promotore di una politica che finalizzava l’educazione delle nuove leve all’esaltazione dei valori fascisti e saturava l’intero tempo libero del bambino e del ragazzo con le istituzioni di Stato attraverso le strutture organizzative dell’Opera Nazionale Balilla.
Estrema realizzazione simbolica del motto latino mens sana in corpore sano, la Casa del Balilla era in questo senso finalizzata ad occupare i pomeriggi dei giovani futuri fascisti civitanovesi, fungendo da ‘dopo-scuola’ ed ‘oratorio laico’ secondo la pedagogica ed austera ottica paramilitare del regime che alternava attività fisica a sviluppo intellettuale.
La Casa del Balilla come ‘oggetto architettonico’ si presenta come un unico corpo di fabbrica a pianta rettangolare (circa mt 69 x 15 x 9) con asse nord-sud diviso in tre parti: quelle nord e sud, quasi uguali, con interni a tutta altezza destinati rispettivamente a palestra ed a cine-teatro; la parte centrale, divisa a metà sull’asse principale, con ingresso e vano scala ad ovest, uffici e sale riunioni distribuiti su tre livelli collegati da una particolarissima scala a chiocciola ad est. Ancora sul lato orientale, all’esterno, una lunga balconata con scale all’estremità, all’inizio concepita come piccolo capanno per il deposito delle canoe, che si affaccia su un attrezzato impianto per l’atletica e, oltre questo, verso la distesa del mare.

Il fin troppo semplice e sbrigativo paragone dell’edificio della Casa del Balilla con una nave o un sommergibile non esaurisce la complessità architettonica della struttura relegandola al cosiddetto ‘genere marino’ e ne nasconde gli influssi di un Futurismo garbato che ha ormai perso la sua carica roboante per congiungersi con l’armonia dell’Architettura Razionale.
Il monovolume dell’edificio, preso in prestito da un fortunato repertorio di forme arcaiche e classiche e simbolo del mito greco dell’armonia formale in perfetta dialettica con la natura circostante si coniuga con l’indomito sperimentalismo di nuove soluzioni compositive vicine ai gusti dell’O.N.B. e rispondenti alla matrice nazionale e mediterranea.
Le allusioni futuriste degli oblò e degli spigoli arrotondati che danno il senso della macchina, e quelle della forte componente orizzontale e del ritmo delle aperture che evocano l’idea della velocità sono, infatti, ridimensionate mirabilmente dalla forza statica dei tre varchi che delimitano gli ingressi centrali in un riuscito connubio di dinamismo e staticità.
Nel dopoguerra l’edificio, non danneggiato durante il periodo bellico né devastato in quello immediatamente successivo alla caduta del fascismo, ha subìto continui mutamenti di destinazione d’uso, divenendo nel 1944 comando delle truppe di liberazione polacche, poi sede del Genio Civile, quindi Mostra della Calzatura e, poi ancora, palestra e sala cinematografica fino a cadere in un desolante stato di abbandono.
Interessato finalmente negli anni Novanta da un ambizioso progetto di restauro redatto dall’architetto Giacomo Tolozzi, la ex Casa del Balilla ha subito pesanti trasformazioni soprattutto al suo interno a causa degli adeguamenti impiantistici e normativi ed all’ulteriore mutazione di destinazione, dal momento che attualmente ospita nell’ala sud il Cine-teatro “Enrico Cecchetti” e in quella nord, un tempo adibita a palestra, la Biblioteca Comunale “Silvio Zavatti”.

Bibliografia:
– A. Gigli, La Casa del Balilla di Porto Civitanova Marche. Arch. Adalberto Libera, tesi di laurea discussa alla Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze nell’a.a. 1987/88.
– R. Montagna – G. Mochi, Adalberto Libera. La Casa del Balilla a Civitanova, Metauro, Pesaro, 2001.
Monica Tramannoni